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lunedì 22 novembre 2010

"A scrivere sono in tanti ma a leggere sono uno solo"

Nonostante la citazione da Troisi, suggerimenti di lettura!:-)

Da Repubblica: Martel, Mainstream. Sullo scontro culturale in atto che che vede alcuni paesi rimettere in discussione l'egemonia culturale degli Stati Uniti. Scontro che avviene soprattutto sul piano della cultura mainstream. "La cultura mainstream si nutre di creatività, ricerca e libertà. Sfrutta la diversità culturale, l'innovazione tecnologica e la sperimentazione artistica. In Europa pensiamo che la ricerca e la cultura di massa siano mondi differenti e separati, ma negli Stati Uniti vivono di scambi continui. Il problema dei cinesi nasce proprio da qui. Vorrebbero produrre una cultura mainstream, per essere presenti nel grande mercato mondiale della cultura, ma contemporaneamente uccidono la diversità, la controcultura, la libertà d'espressione. Senza tutto ciò non si fa mainstream"

Suggerimenti dagli Under 40 intervistati dal New Yorker: Yehuda Amichai, Saul Bellow, J. M. Coetzee, Ian McEwan, Toni Morrison, Mary Gaitskill, Thomas Pynchon, Don DeLillo, Nathan Englander, Jonathan Franzen, Lydia Davis, Paula Fox, Grace Paley, George Saunders.

Dal fidanzo: oltre a Bolano, W.G. Sebald. Immenso.

lunedì 8 novembre 2010

Cronaca del weekend

Venerdì
Dopo aver cercato inutilmente di riparare il mio pc con Nasrul, uno dei pakistani che ha un ufficio di transazioni finanziarie nella cantina del condominio, cena da Satollo a Testaccio con il fidanzato e i suoi amici del Foglio e della Rai con bimbe appena nate o in arrivo.
In mezzo ai racconti delle neo-mamme sui bambini (inevitabili!:-)), i discorsi di uno dei conduttori sul programma “E se domani…” con salvataggi di tartarughe e manifestazioni Green Peace e il resoconto di Maria Rosa Mancuso sull'organizzazione del Festival del cinema di Roma. Peccato non aver sentito la sua opinione sul film Una vita tranquilla che ho visto martedì (e magari sul paragone con History of violence di Cronenberg).
Bello il racconto del fidanzato di un’intervista a Hitchcock trovata alle Teche RAI in cui H. racconta la sua scena “primaria” di quando fu rinchiuso a soli 5 anni per una intera notte in una cella di un carcere dal padre e un amico poliziotto ubriachi! Le sbarre che sono ritornate in tutti i suoi film.
Per i miei gusti da turista che cerca ancora il “pittoresco”, Satollo è un po’ troppo ricercato, ma è comunque molto buono: tartare di ricciola con burrata e puntarelle + spaghetti con canocchie e carciofi.

Sabato
Mattina nella solita, noiosa piscina. Poi pranzo in piazzetta a Monti con amica depressa per mobbing nel suo nuovo lavoro milanese e conseguenti strategie su come riuscire a vivere senza lavorare (insegnare italiano agli stranieri, vivere in Brasile affittando casa di Roma...).
Pomeriggio di shopping compulsivo nei negozietti- sartorie di via del Boschetto. 1 maglia e un vestito corto nero da Kokoro e un vestitino corto con disegni anni sessanta che hanno finito di cucirmi sotto il naso!
Sera: cena dalla mia nuova amichetta dell’ufficio, Carmen. Con fidanzato e amica del corso di arabo. Prevalentemente colleghi del Sole 24 ORE. Il fidanzato per poco non si è accapigliato con collega, nobile napoletano, e la sua fidanzata straconservatrice di Radio Radicale che nel suo blog l’ha bollato come collaboratore dell’Unità.


Domenica
Rinuncio all’idea che mi era balenata di partecipare al casting romano di thesartorialist e mi dedico al pranzo per il fidanzato in terrazzo (carciofi fritti e risotto alla zucca). Litigio su Fini e la Tulliani.
Io non sopporto proprio le prostitute al potere, soprattutto queste mezze tacche ipocrite, prive totalmente della nobiltà e della tragicità delle prostitute di strada, senza parlare della grandezza delle Du Barry… Ma il fidanzo questo non lo capisce, lui pensa che il mio sia moralismo, io penso sia femminismo. Pace e passione sulle note del Brigante di Bennato…
La sera trionfo dionisiaco al concerto di Youssou N'Dour. Pubblico senegalese impazzito. Quello italiano lo segue. Balli tra le poltrone, nei corridoi, sul palco.

mercoledì 31 marzo 2010

L'uomo ideale esiste!

Chicho Buarque de Hollanda, sempre all'Auditorium.
Dal suo ultimo romanzo Latte versato:
"Con il tempo ho imparato che la gelosia è un sentimento da proclamare a cuore aperto, nell'istante stesso in cui ha origine, Perché quando nasce, è in realtà un sentimento cortese e deve essere subito offerto alla propria donna, come una rosa.
Altrimenti, si chiude immediatamente come un cavolo dentro cui il male fermenta. La gelosia si trasforma allora nel genere più introverso della invidia e, rodendosi tutta, colloca negli altri la colpa della sua bruttezza."
Bravo, bello, famoso, grande musicista, grande scrittore, senza arie, simpatico, intelligente, positivo, sposato da sempre con la stessa donna, persino di famiglia intellettuale... allora l'uomo ideale esiste? ;-)

venerdì 26 marzo 2010

Philippe Forest: brevi appunti di ritorno dalla Festa del libro...

all'Auditorium, prima di andare a dormire.

La scrittura come necessità per affrontare il dolore, anche se poi non lo risolve. Perchè non c'è rimedio al dolore, scrittura che riflette assenza di senso della vita
(sull'assenza di senso della vita non so... ma non mi sono sempre tuffata nella scrittura ogni volta che ho avuto un lutto?)
Un dolore a cui non si può sfuggire perchè nella vita c'è l'eppure degli haiku di Kobayashi Issa, il "sarinagara", titolo di uno dei romanzi di Forest

… è di rugiada
è un mondo di rugiada
eppure eppure
Kobayashi Issa
Ma scrivere del dolore e della morte, affrontare il patetico così poco frequentato dalla letteratura francese che risente della tradizione classicista, ha anche una funzione "engagé" in una società che li ha rimossi. Soprattutto se si parla di un dolore che sconcerta come quello della morte di una bambina di 4 anni, e che suscita nei lettori simpatia e al tempo stesso rifiuto per Forest e i suoi romanzi.
La sua vita è il punto di partenza dei suoi romanzi, ma non li considera autobiografici. Perché quando si racconta la propria vita si fa già un romanzo. Il soggetto si reinventa con la scrittura. La vita è la necessaria l’esperienza di partenza, che poi è oggetto di elaborazione nei suoi romanzi esattamente come in quelli di pura finzione. Nell’ "Enfant éternel" c’è tutto un lavoro di costruzione, effetti d’eco che si stabiliscono tra la storia raccontata e storie prese dalla letteratura infantile, Peter Pan per esempio, o dalla letteratura tout court, Hugo, Mallarmé. Non si può sfuggire alla letteratura. Non è possibile fare una trascrizione diretta della verità. Non appena ci si mette a farlo si è già passati dalla parte della finzione, del romanzo.
In "Nuovo amore" affronta una storia d'amore lasciando un finale aperto, per non inserirsi nella tradizione dei romanzi d'amore in cui lo scrittore sopravvive alla fine dell'amore o, ancora più frequentemente, alla morte dell'amata che viene poi idealizzata.
(Questo però, Forest, è vero nei romanzi d'amore e nei melodrammi scritti dagli uomini! E li possiamo veramente definire romanzi d'amore? Non certo in Jane Austen e in tutte le scrittici d'amore...:-))

domenica 21 marzo 2010

Sullo scrivere: Carofiglio

Come mai un ragazzino che da grande voleva fare lo scrittore si è trovato invece a fare il magistrato?
La risposta, o almento una delle risposte, è: paura. Paura di provarci davvero e scoprire di non essere capace. Per via della paura ho cercato, e naturalmente trovato, ogni sorta di espedienti e diversivi per rinviare il momento della verità.
(...)
Una storia comincia, per me, contemporaneamente alla visione del suo finale e alla nascita del protagonista. Anzi direi: almeno dei suoi due protagonisti principali. Questa fase precede di molto l'inizio della scrittura vera e propria. Per settimane o anche mesi cerco di capire chi sono questi personaggi e perchè devono muoversi verso quel finale.
(...)
Quando alla fine comincio a scrivere attraverso una prima fase frenetica e alluvionale. (...) Quando ho generato questo ammasso di parole, del quale solo vagamente si intuisce un disegno, so che lì dentro è nascosta la mia storia e che la vera scrittura sta per cominciare. Michelangelo diceva che in ogni blocco di granito è prigioniera una statua e che il compito dello scultore è di liberarla. Allo stesso modo in quei blocchi di parole sono imprigionate storie e personaggi che attendono anche loro di essere liberati.
In questo senso la scrittura, come la scultura, è arte del togliere. (...) Senza pietà, perchè spesso è proprio quello che ci piace di più, cioè che soddisfa il nostro narcisismo, che impedisce alla storia e ai personaggi di liberarsi completamente.
(...)
Credo che lo scrivere abbia a che fare con la paura, sia un nuotare sott'acqua trattenendo il fiato o un vero e proprio negoziato con le ombre, secondo le bellissime definizioni rispettivamente di Scott Fitzgerald e di Margaret Atwood.
E' come percorrere una stanza buia alla ricerca di un'uscita che non sei mai sicuro di trovare (...) momento dopo momento scopri che le cose non sono mai come le immaginavi. E intorno a te, invisibili e reali, le ombre (...) Ci sono cose che ti aiutano in questo viaggio nel buio e in questo negoziato con le ombre. Gli altri libri per esempio, da usare come piccole torce per fendere almeno un poco l'oscurità.

Appunti per letture: americani

Saul Bellow, John Cheever, John Updike. E poi, consigliati da Elisabeth Strout: Jonathan Franzen, Jonathan Lethem e Colum McCann.

domenica 18 ottobre 2009

Brideshead Revisited: quando la realtà supera Facebook

Strana settimana di coincidenze, incontri, nostalgie.

Prima, mercoledì al cinema, in fila per Ang Lee mi trovo davanti a una ex ragazza che periodicamente rincontro. Nelle Marche da adolescenti, nel liceo della mia migliore amica di Fermo, all’Università come fidanzata di un mio professore, in giro per locali a Bologna, poi come giornalista, poi di nuovo in giro, e ora per caso al cinema. So chi è, so molto di lei eppure non abbiamo quasi mai parlato, non mi ricordo il suo nome e anche questa volta non ci siamo salutate.

Poi giovedì, a una cena dai miei amici del Ghetto, dopo un bel recital sulla storia ebraica, entra O. Ci presentiamo con un “piacere anche se ci siamo già viste” e tutta la sera parliamo con grande simpatia, anche se ogni tanto ci scrutiamo pensierose… eppure non è qua che l’ho vista, ma dove? E, mentre io penso se per caso non ci siamo conosciute a Fermo, in estate, visto che lei parla di Macerata… ecco che lei sbotta: ma tu… eri all’Università di York nel 90? Si, ecco chi sei… LA BOLOGNESE DI YORK!

E così partono i ricordi. Sembra che io fossi famosa presso i suoi 3 compagni italiani, tutti studiosi di musica come lei. Facevo parte del gruppetto delle ragazze italiane “navigate”, quelle che studiavano “Women studies” (in realtà solo io, doppiamente famosa!;-). Quella che studiava le bionde e le brune, le femmes fatales e le donne angelo… Gli amici di O. sapevano tutto di me e io nulla di loro, così concentrata com’ero a conoscere inglesi invece che italiani.

Ricordi così diversi. Tramite O. emergeva un pezzo di York che non ricordavo, le cene italiane, i ragazzi di Roma, il pessimo cibo della mensa del college, il livello basso degli studenti inglesi,gli scherzi, i turni per la doccia, la francese che puzzava, l’olandese…
O forse un pezzo di York che semplicemente non avevo visto, presa come ero a immergermi “nell’esotico”. In un’Inghilterra stile James Ivory che alla fine avevo trovato nelle campagne dello Yorkshire. Quando, insieme a un gruppo di ragazzi inglesi tutti di provenienza “Public School”, avevo lasciato l’Alcuin College dove anche O. viveva per trasferirmi in una casa di campagna a Butterwick prestata da un professore per un anno negli USA. E così i miei ricordi sono i bagni di notte nel fiume, le passeggiate nel vento fra cui sono cresciute le sorelle Bronte, le partite di cricket la mattina, con i ragazzi vestiti di bianco in “whilte flannels”, le cene alcoliche con i gilè damascati, gli ottimi arrosti dei Sunday lunch, le visioni tutti insieme, avvolti nelle coperte, di Jules e Jim di Truffaut, la lettura ad alta voce, davanti al fuoco di Brideshead Revisited, il libro di Evelyn Waugh che ora è qui davanti a me nella mia libreria, ambientato a Castle Howard vicino alla nostra casa, il fascinoso James Lamont che leggeva in italiano il Cortegiano di Baldassar Castiglione…

Bei momenti, con persone speciali. Ci penso con nostalgia e con un po’ di amarezza. O. ora lavora all’Opera di Roma, insegna storia della musica, la materia che studiava a York, mentre io, poco fiduciosa nelle mie possibilità e per sfuggire alla figura schiacciante di un padre grande intellettuale ma molto poco pratico e sempre in ristrettezze, ho cercato la sicurezza, il mondo pratico e concreto dell’azienda. E ora, a parte gli spazi che ho ritrovato per leggere e scrivere e dedicarmi alla sceneggiatura, passo le mie giornate a fare piani di marketing in mezzo a commerciali dalle battute spinte che invece del Cortegiano (che, naturalmente, neppure io ho letto!), leggono la Gazzetta dello Sport.

Quando mi sono persa?

Ma ecco la Lisetta di una volta, quando studiava le bionde e le more, le donne angelo e le femmes fatales: "La femme fatale ripropone il tipo, ricorrente nella cultura occidentale, della tentatrice sensuale e distruttiva... continua>> "

martedì 2 dicembre 2008

Nuovo Fascismo: Berlusconi ha letto Pasolini?

L’edonismo del potere della società consumistica ha disabituato di colpo, in neanche un decennio, gli italiani alla rassegnazione, all’idea del sacrificio, ecc.: gli italiani non son più disposti ad abbandonare quel tanto di comodità e di benessere (sia pur miserabile) che hanno in qualche modo raggiunto. Ciò che potrebbe promettere un nuovo Fascismo, dovrebbe essere appunto, dunque, "comodità e benessere": che è una contraddizione in termini.

In realtà tuttavia c’è stato, e c’è, in Italia un nuovo Fascismo che fonda il suo potere proprio sulla promessa della "comodità e del benessere": ed è appunto quello che Marco Pannella chiama il nuovo Regime, un po’ immaginosamente, ma giustamente.
Benché tale Regime abbia fondato il suo potere su principi sostanzialmente opposti a quelli del Fascismo classico (rinunciando in questi ultimi anni addirittura al contributo della Chiesa) esso può ancora lecitamente essere chiamato fascista.
Perché? Prima di tutto perché l’organizzazione dello Stato, ossia il sotto-Stato è rimasto praticamente lo stesso: anzi, attraverso, per esempio, l’intervento della Mafia, la gravità delle forme di sottogoverno è molto aumentata.

Questo faredello arcaico –che il nuovo Regime, così moderno, così spregiudicato, così cinico, così agile – si trascina dietro, impotente a liberarsene, rende perfettamente logica la presenza di uomini di potere in cui il vecchio (legalitarismo, clericalismo e intrallazzo) può convivere pacificamente col nuovo (produzione del superfluo, edonismo, sviluppo cinico e indiscriminato): perché tale convivenza è un dato oggettivo della nazione italiana.

La continuità tra il ventennio fascista e il trentennio democristiano trova il suo fondamento sul caos morale e economico, sul qualunquismo come immaturità politica e sull’emarginazione dell’Italia dai luoghi per dove passa la storia.

Da "28 marzo 1974. Previsione della vittoria al referendum", in Scritti corsari

Altri post su Pasolini:
Ancora sul conformismo: Pasolini

lunedì 1 dicembre 2008

Ancora sul conformismo: Pasolini

Oggi nelle città dell’Occidente, camminando per le strade si è colpiti dall’uniformità della folla: non si nota più alcuna differenza sostanziale, tra i passanti (soprattutto giovani)nel modo di vestire, nel modo di camminare, nel modo di esser seri, nel modo di sorridere, nel modo di gestire, insomma nel modo di comportarsi. E si può dunque dire che il sistema di segni del linguaggio fisico-mimico non ha più varianti, che esso è perfettamente identico in tutti. (…)

La proposizione prima di tale linguaggio fisico-mimico è la seguente: “il Potere ha deciso che noi siamo tutti uguali.”

L’ansia del consumo è un’ansia di obbedienza a un ordine non pronunciato. Ognuno in Italia sente l’ansia, degradante, di essere uguale agli altri nel consumare, nell’essere felice, nell’essere libero: perché questo è l’ordine che egli ha inconsciamente ricevuto, e a cui “deve” obbedire, a patto di sentirsi diverso. Mai la diversità è stata una colpa così spaventosa come in questo periodo di tolleranza.

Da “11 luglio 1974. Ampliamento del bozzetto sulla rivoluzione antropologica in Italia”, in Scritti corsari

Altri post su Pasolini:
Nuovo Fascismo. Berlusconi ha letto Pasolini?

venerdì 28 novembre 2008

Pippi Calzelunghe: W l'anticonformismo!


Sto finendo di rileggere Pippi Calzelunghe! Quando una decina di giorni fa su uno scaffale da Giunti ho infatti visto il libro da me più amato da bambina, con le stesse immagini della mia infanzia, non ho saputo resistere e l’ho comprato subito.

All’inizio avevo paura di rischiare una delusione. E certo, un minor coinvolgimento inizialmente c’è stato. Forse perché Pippi è sempre uguale a se stessa e così Tommy e Annika. Per dirla da sceneggiatrice, i personaggi non cambiano e dunque il libro, riletto da adulti, fatica a coinvolgere emotivamente. Forse perchè è ad episodi, senza un unico obiettivo che porta avanti verso la fine della storia. Ma forse soprattutto perchè da “grande” non riesco più a sentire come una volta il fascino di villa Villacolle, del nascondiglio nell’albero cavo, dell’isola in mezzo al lago, della soffitta dei fantasmi. Ho purtroppo perso lo stupore che provavo da bambina.
Ma poi sono stata presa di nuovo! Che bell’esempio questa bambina forte e indipendente, ottimista e generosa. Non solo per le bambine che la lessero quando uscì e che diventarono poi le ragazze contestatrici e femministe degli anni ‘60 e ‘70, ma anche per le bambine, per le donne e soprattutto per i tanti pecoroni di oggi che temono la diversità loro e dei loro figli.
Pippi infatti è gioiosamente anticonvenzionale, senza nessuna paura di essere diversa dagli altri. Il suo anticonformismo è pieno di trovate insolite e creative.
E così mi trovo a sorridere, mentre leggo sull’autobus, delle trecce rosse di Pippi, delle sue calze una diversa dall’altra, delle scarpe antiquate e lunghissime per farci crescere comodi i piedi. Di lei che dorme al contrario con i piedi sul cuscino, che cammina all’indietro con la scimmietta sulle spalle o mentre pulisce i pavimenti pattinando su delle spazzole…
Poi alzo lo sguardo e nell’autobus mi ritrovo nella nostra realtà dei tutti uguali: stesso taglio di capelli, stesse borse, stesse scarpe, stessi colori… anche i miei occhiali sono della stessa marca di quelli della mia vicina. Tutti con indosso, ciò che va, che “si porta”. Anche chi fa l’alternativo non sfugge al rispetto dei codici del suo gruppo. E allora tutti in case uguali, tutti con gli stessi divertimenti, con i figli che sono mandati a catechismo perché ci vanno gli amici, a cui si danno i nomi di moda perché non si sentano troppo diversi, a cui si comprano…
Basta! Voglio cambiare… voglio diventare come Pippi!

venerdì 21 novembre 2008

La porta del gatto... un terrazzo all'Esquilino

Nel convegno dell’altro giorno si parlava dei LoveMarks di quelle cose che attraggono oltre ogni ragione, offrendo risposte non solo sul piano razionale, ma anche sul piano delle emozioni.
Anche quando compriamo una casa, diceva il relatore, facciamo tutta una lista di parametri razionali a cui la casa deve rispondere e poi non si sa perché ne scegliamo una che a tutti questi parametri non risponde, perché ha qualcosa che ci suscita emozione, risponde a qualcosa di interiore…

E così è stato per me! In una giornata grigia di poco più di un anno fa, dopo che avevo visto decine di case improbabili a prezzi esorbitanti, improvvisamente, in una casa sgangherata all’Esquilino, una porta da gatto che dava su un terrazzo coperto da un tetto di lamiera ha attratto la mia attenzione.

E di colpo mi sono vista lì!

Mi sono immaginata il gatto che passava dalla porta, il terrazzo fiorito, il tetto di lamiera trasformato in porticato e io lì in mezzo alle piante, a coltivare erbe aromatiche, rilassata nella mia oasi campagnola in mezzo alla città.

E anche le strade degradate vicino alla stazione, che avevo guardato con sospetto prima di salire, mi sono apparse in una luce nuova. Strade, è vero, puzzolenti, ma anche piene di profumi di spezie, la Chinatown romana, non c’è dubbio, ma anche un luogo dove viaggiare stando fermi, dove mi basta girare l’angolo e dalla Cina sono passata al Pakistan.

La casa pur con i suoi soffitti in legno perlinato stile baita e i pavimenti ricoperti da mattonelle stile bagno, mi è sembrata piena di possibilità. Avrei tolto questo, messo quello e sarebbe tornata una bella casa vecchiotta, senza troppe pretese ma calda, che avrebbe rispecchiato me e i miei interessi. Così diversa dalla mia algida casa milanese, nel centro storico degli antiquari, protetta dalle Belle Arti, con per vicini commercialisti, avvocati e gli aristocratici che lì abitavano da 150 anni. Le famiglie storiche milanesi, i cui cognomi si vedono nei nomi delle strade. Tutti, tranne il simpatico e famoso presentatore televisivo, molto sulle loro, a partire dal portiere, il Sig. Anostini. E invece qui vecchietti, studenti, giovani coppie e i vari Hang, Wang, Martinez. E Agostino, il portiere.

Prima di uscire dalla visita con l’agenzia immobiliare, ho visto una frase buddista scarabocchiata sul muro. Non ricordo le parole esatte, l’hanno cancellata i muratori, ma era sul continuo e necessario cambiamento delle cose… anch’io avevo bisogno di cambiare…

Ho comprato la casa. E’ iniziata una nuova vita.

giovedì 20 novembre 2008

Come comunicare nell’era del “Liquid Thinking”?

Appunti da un seminario

Come cambia la comunicazione nella società di oggi? Quali opportunità offrono le nuove tecnologie?

A queste domande ha cercato di rispondere il seminario sulla Comunicazione per la Pubblica Amministrazione organizzato dalla Saatchi & Saatchi a cui sono stata ieri.

Con l’aumento dell’alfabetizzazione tecnologia e culturale, si è detto ad apertura del convegno, i cittadini e i consumatori sono diventati competenti, attori delle proprie decisioni e vogliono contare. La diffusione delle nuove tecnologie non ha accorciato solamente le distanze, ma ha trasformato il cittadino in un informatore interconnesso con gli altri. E’ diventato un opinion leader consapevole della propria forza e in grado di aggregare comunità. Come infatti scrive Chris Anderson: “viviamo in un’epoca in cui ogni consumatore ha un megafono. Molti lo stanno usando e le aziende farebbero meglio ad ascoltare.”

Siamo in un processo magmatico in cui c’è più possibilità di incidere come gruppo non organizzato che come partito. Citando Chris Hughes, il co-fondatore di Facebook: “il vero cambiamento nasce dal basso e non c’è strumento più potente di Internet per organizzare una campagna elettorale”.E’ il caso di Obama, naturalmente, ma anche della Palin scelta anche in base ai sondaggi sui blog.

Le possibilità di scelta si sono moltiplicate. I cittadini possono comparare su Internet quello che vogliono acquistare e nei riguardi della Pubblica Amministrazione si aspettano, oltre ad una informazione trasparente e completa, la possibilità di interagire e un servizio efficiente e personalizzato.

In questo contesto la comunicazione deve diventare “liquida”. Come l’acqua che prende forma dal suo recipiente, deve essere fluida e flessibile e parlare al cittadino con il suo stesso linguaggio, non più con un tono patronising, dall’alto verso il basso.
Dalla comunicazione bisogna passare al dialogo e alla relazione, dalla comunicazione verticale e monodirezionale del passato a quella orizzontale e bidirezionale dei nostri giorni. Si abbandona la vecchia visione industriale fordista che vedeva i consumatori standardizzati in target, per una nuova visione in cui i consumatori sono visti come persone. Il problema non è più come raggiungere il target, ma come farsi trovare. La vecchia economia dell’attenzione in cui contavano i numeri e i fatti lascia il posto ad un’economia dell’attrazione in cui contano le emozioni e le relazioni personali.

Nella società “liquida” la comunicazione si frammenta su diversi canali, con una varietà di attività comunicative che ruotano intorno all’idea centrale del messaggio. Anche i mezzi classici si spostano verso un universo frammentato in cui migliorano la propria capacità di interazione. Secondo una logica che dice: “do what you do best and link to the rest!”
Da una comunicazione lineare si passa al networking, non si cerca più di influenzare direttamente i comportamenti ma di stabilire delle connessioni. Con il Viral marketing il passaparola è sempre più importante, il miglior promotore del nostro messaggio diventa il consumatore finale.

Non si parla più di audience, ma di community. Con il Web 2.0 i contenuti sono generati anche dagli utenti, come nei blog, come nel sito istituzionale di Obama dove sono scaricabili video realizzati dai sostenitori. Con le risorse open source la progettazione viene condivisa. E anche nella PA non si può più calare l’opera pubblica all’interno della comunità senza condividerla con la comunità stessa.

Ma in questo universo così frammentato, dagli infiniti messaggi, come superare il muro dell’indifferenza?

Saatchi & Saatchi porta l’esempio dei LoveMarks, di servizi, prodotti, ma anche persone che ispirano fedeltà oltre ogni ragione, che istaurano relazioni emotive profonde, offrendo risposte non solo sul piano razionale, ma anche sul piano delle emozioni, sempre più importanti nell’economia dell’attrazione.
Bisogna dunque stabilire relazioni personali con il consumatore o il cittadino, guardarlo negli occhi dargli del tu, personalizzare il messaggio passando dalle grandi promessi ai gesti intimi. Per entrare in contatto si possono proporre i messaggi nei luoghi in cui servono, ad es. agli incroci per i messaggi sulla sicurezza stradale, nei bar per quelli sul controllo dell’alcool. E togliere sempre invece di aggiungere, parlando con semplicità. Se abbiamo infatti qualcosa di importante da dire, e la Pubblica Amministrazione certamente ce l’ha, che bisogno c’è di nasconderla fra mille altre? Essere semplici significa comunicare l’essenza.

La PA deve passare dal servizio all’attenzione verso il cittadino, stabilire una relazione che lo faccia sentire importante. Come ha fatto Obama in tutta la sua campagna elettorale, bisogna parlare alle persone direttamente, guardarle negli occhi. Bisogna riconoscere l’interlocutore, farlo sentire al centro dei propri pensieri. Proprio come si fa con una persona con cui ci interessa stabilire una relazione personale e intima.

E se c’è un luogo deputato a stabilire una relazione personale questa è proprio la rete. Come ha dimostrato la campagna on-line di Obama il Web è si un luogo dove informare, ma anche un potentissimo strumento per comunicare in maniera partecipativa e interattiva e quindi ottenere il massimo coinvolgimento. Un luogo dove sensibilizzare, stimolare, sorprendere, intrattenere, giocare e, non ultimo, far sognare. Grazie alla trasmissione di valori, quali ad es. la speranza e il cambiamento, che coinvolgono di più delle informazioni e delle notizie perché suscitano emozioni.
La comunicazione “liquida” passa quindi dalla dimensione funzionale a quella simbolica, la realtà viene portata verso la sua dimensione aspirazionale. Uno dei modi migliori per farlo è il racconto che, al contrario dell’informazione e delle notizie che pongono l’accento sulla realtà così come è percepita, pone l’accento sull’aspetto valoriale e aspirazionale. Una volta definiti i valori questi vengono dunque espressi tramite il racconto in modo che il cittadino li possa vivere in modo coinvolgente ed emozionante.

Il prodotto o il servizio che vogliamo comunicare diventano allora un’esperienza. Diventano indimenticabili.

“Le persone infatti dimenticano quello che hai detto e quello che hai fatto ma non come le hai fatte sentire”.

venerdì 14 novembre 2008

Sono felice di vivere a Roma! In un attico all'Esquilino!