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mercoledì 27 ottobre 2010

Ho mosso le ali di nuovo!

Eccomi di nuovo qua dopo mesi di assenza. E’ che è successo di tutto.
Basta rileggere i miei post di un anno fa per vedere quanto avessi voglia di cambiamento (Muovo le ali di nuovo) e quanto sentissi di aver perso la strada (Brideshead revisited). Poi in dicembre ero andata a Parigi e la sensazione di essermi persa si era rafforzata. Avevo rivisto gli amici dell’università, avevo ammirato i loro discorsi colti, avevo rincontrato il mio ex Jean Francois che mi aveva ammaliata di nuovo con i suoi interessi e letture. E così me ne ero tornata a casa a leggere i libri che leggevano i miei amici francesi e ad ascoltare France Culture la radio che ascoltava Jean Francois, sentendomi sempre più persa e desiderando rendere di nuovo “colta” la mia vita ed essere circondata da persone affini e stimolanti…
Fino a quando il 10 gennaio a un concerto al Quirinale mi si è seduto a fianco proprio ciò che desideravo… il mio attuale fidanzato! Autore, guarda a caso, del programma culturale di Radio 3, l’equivalente italiano di France Culture, e divertente, sexi, colto, affascinante, circondato da persone ed eventi interessanti.
La mia vita è cambiata. Non so se ho ritrovato la strada. Come dimostrano le mie citazioni di marzo mi sono messa ad informarmi e studiare per recuperare il tempo perduto, mi sono sentita spesso stressata e inadeguata, tanto da andare anche da una psicologa, ma spesso vedo segni che mi indicano che mi sto riavvicinando a me stessa, come l’incontro ad una festa con Scaraffia studioso delle femme fatales che, come da mio post nostalgico, studiavo in Inghilterra, o l’incontro a New York di Tippi, una versione adulta di Pippi Calzelunghe , la mia eroina preferita!
Mi sa che quello di cui si sente veramente il bisogno alla fine si avvera, l’importante è scegliere bene cosa desiderare!

domenica 18 ottobre 2009

Brideshead Revisited: quando la realtà supera Facebook

Strana settimana di coincidenze, incontri, nostalgie.

Prima, mercoledì al cinema, in fila per Ang Lee mi trovo davanti a una ex ragazza che periodicamente rincontro. Nelle Marche da adolescenti, nel liceo della mia migliore amica di Fermo, all’Università come fidanzata di un mio professore, in giro per locali a Bologna, poi come giornalista, poi di nuovo in giro, e ora per caso al cinema. So chi è, so molto di lei eppure non abbiamo quasi mai parlato, non mi ricordo il suo nome e anche questa volta non ci siamo salutate.

Poi giovedì, a una cena dai miei amici del Ghetto, dopo un bel recital sulla storia ebraica, entra O. Ci presentiamo con un “piacere anche se ci siamo già viste” e tutta la sera parliamo con grande simpatia, anche se ogni tanto ci scrutiamo pensierose… eppure non è qua che l’ho vista, ma dove? E, mentre io penso se per caso non ci siamo conosciute a Fermo, in estate, visto che lei parla di Macerata… ecco che lei sbotta: ma tu… eri all’Università di York nel 90? Si, ecco chi sei… LA BOLOGNESE DI YORK!

E così partono i ricordi. Sembra che io fossi famosa presso i suoi 3 compagni italiani, tutti studiosi di musica come lei. Facevo parte del gruppetto delle ragazze italiane “navigate”, quelle che studiavano “Women studies” (in realtà solo io, doppiamente famosa!;-). Quella che studiava le bionde e le brune, le femmes fatales e le donne angelo… Gli amici di O. sapevano tutto di me e io nulla di loro, così concentrata com’ero a conoscere inglesi invece che italiani.

Ricordi così diversi. Tramite O. emergeva un pezzo di York che non ricordavo, le cene italiane, i ragazzi di Roma, il pessimo cibo della mensa del college, il livello basso degli studenti inglesi,gli scherzi, i turni per la doccia, la francese che puzzava, l’olandese…
O forse un pezzo di York che semplicemente non avevo visto, presa come ero a immergermi “nell’esotico”. In un’Inghilterra stile James Ivory che alla fine avevo trovato nelle campagne dello Yorkshire. Quando, insieme a un gruppo di ragazzi inglesi tutti di provenienza “Public School”, avevo lasciato l’Alcuin College dove anche O. viveva per trasferirmi in una casa di campagna a Butterwick prestata da un professore per un anno negli USA. E così i miei ricordi sono i bagni di notte nel fiume, le passeggiate nel vento fra cui sono cresciute le sorelle Bronte, le partite di cricket la mattina, con i ragazzi vestiti di bianco in “whilte flannels”, le cene alcoliche con i gilè damascati, gli ottimi arrosti dei Sunday lunch, le visioni tutti insieme, avvolti nelle coperte, di Jules e Jim di Truffaut, la lettura ad alta voce, davanti al fuoco di Brideshead Revisited, il libro di Evelyn Waugh che ora è qui davanti a me nella mia libreria, ambientato a Castle Howard vicino alla nostra casa, il fascinoso James Lamont che leggeva in italiano il Cortegiano di Baldassar Castiglione…

Bei momenti, con persone speciali. Ci penso con nostalgia e con un po’ di amarezza. O. ora lavora all’Opera di Roma, insegna storia della musica, la materia che studiava a York, mentre io, poco fiduciosa nelle mie possibilità e per sfuggire alla figura schiacciante di un padre grande intellettuale ma molto poco pratico e sempre in ristrettezze, ho cercato la sicurezza, il mondo pratico e concreto dell’azienda. E ora, a parte gli spazi che ho ritrovato per leggere e scrivere e dedicarmi alla sceneggiatura, passo le mie giornate a fare piani di marketing in mezzo a commerciali dalle battute spinte che invece del Cortegiano (che, naturalmente, neppure io ho letto!), leggono la Gazzetta dello Sport.

Quando mi sono persa?

Ma ecco la Lisetta di una volta, quando studiava le bionde e le more, le donne angelo e le femmes fatales: "La femme fatale ripropone il tipo, ricorrente nella cultura occidentale, della tentatrice sensuale e distruttiva... continua>> "

sabato 5 settembre 2009

Muovo le ali di nuovo

Ispirazioni in un pigro pomeriggio di settembre.
Ascolto la colonna sonora delle Fate ignoranti ed ecco improvvisamente i Tiromancino mi colpiscono, sembrano parlare proprio a me!
Muovo le ali di nuovo verso un posto nuovo, diverso.
Che bel tema, che bel tema... mi piacerebbe scriverci attorno una storia. La storia di una rinascita.
Forse potrei riscrivere il soggetto che avevo scritto sull'Egitto, sul mio incontro con Ali... titolo "Verso un posto nuovo", citazione "Muovo le ali di nuovo, verso un posto nuovo, diverso". Ora che la materia è meno urgente, forse ne verrebbe fuori qualcosa di meglio.

Muovo le ali di nuovo
riprovando a non cadere da solo nel vuoto
per cominciare a diventare così com'é che avrei dovuto
solo se avessi comunque davvero voluto
tutte le cose che vedo
così nuove che a volte nemmeno ci credo
ed ho paura che il calore di un raggio di sole che ho sopra la testa
sciolga le ali di cera o mi abbagli la vista
e ora non starmi a sentire
tanto guarda ho anche paura di farti capire
sono bene o male solo soltanto parole
come gocce che non cambiano il livello del mare
non scende e non sale
ma sotto qualcosa si muove
e sono tutte quelle voci che tornano nuove
e tornano più forti in un giorno come gli altri

Muovo le ali di nuovo
verso un posto nuovo
muovo le ali di nuovo
perchè cerco un posto nuovo
muovo le ali di nuovo verso un posto nuovo, diverso

Dentro ai miei sogni ormai cosa c'é e cosa resta
soltanto i mostri che ho dentro alla testa
non era oro quello che brillava
non era eterno quello che restava
non era amore neanche quello che mi amava
eppure mi sembrava
la sola cosa sicura che avevo
ma mi sveglio lentamente
non può piovere per sempre
nessuno ti dice mai niente
infatti a me nessuno mi ha detto mai niente
e qual'é veramente il problema
rimanere da soli o cambiare sistema
e se una cosa importante vale meno di zero
e una cazzata qualunque diventa un delirio
io spingo e vado avanti in questo giorno come tanti

Muovo le ali di nuovo
verso un posto nuovo
muovo le ali di nuovo
perché cerco un posto nuovo
muovo le ali di nuovo
verso un posto nuovo, diverso.

martedì 3 marzo 2009

Ascoltare il riso che cresce

«Anni fa ho incontrato un contadino laotiano. Stava seduto sul bordo di un campo e non faceva nulla. Gli ho chiesto: che fai? Ha risposto: ascolto il riso che cresce. J’écoute le riz pousser. Ritroviamo il piacere della vita, prima dell’ansia di fare».
Serge Latouche

venerdì 28 novembre 2008

Pippi Calzelunghe: W l'anticonformismo!


Sto finendo di rileggere Pippi Calzelunghe! Quando una decina di giorni fa su uno scaffale da Giunti ho infatti visto il libro da me più amato da bambina, con le stesse immagini della mia infanzia, non ho saputo resistere e l’ho comprato subito.

All’inizio avevo paura di rischiare una delusione. E certo, un minor coinvolgimento inizialmente c’è stato. Forse perché Pippi è sempre uguale a se stessa e così Tommy e Annika. Per dirla da sceneggiatrice, i personaggi non cambiano e dunque il libro, riletto da adulti, fatica a coinvolgere emotivamente. Forse perchè è ad episodi, senza un unico obiettivo che porta avanti verso la fine della storia. Ma forse soprattutto perchè da “grande” non riesco più a sentire come una volta il fascino di villa Villacolle, del nascondiglio nell’albero cavo, dell’isola in mezzo al lago, della soffitta dei fantasmi. Ho purtroppo perso lo stupore che provavo da bambina.
Ma poi sono stata presa di nuovo! Che bell’esempio questa bambina forte e indipendente, ottimista e generosa. Non solo per le bambine che la lessero quando uscì e che diventarono poi le ragazze contestatrici e femministe degli anni ‘60 e ‘70, ma anche per le bambine, per le donne e soprattutto per i tanti pecoroni di oggi che temono la diversità loro e dei loro figli.
Pippi infatti è gioiosamente anticonvenzionale, senza nessuna paura di essere diversa dagli altri. Il suo anticonformismo è pieno di trovate insolite e creative.
E così mi trovo a sorridere, mentre leggo sull’autobus, delle trecce rosse di Pippi, delle sue calze una diversa dall’altra, delle scarpe antiquate e lunghissime per farci crescere comodi i piedi. Di lei che dorme al contrario con i piedi sul cuscino, che cammina all’indietro con la scimmietta sulle spalle o mentre pulisce i pavimenti pattinando su delle spazzole…
Poi alzo lo sguardo e nell’autobus mi ritrovo nella nostra realtà dei tutti uguali: stesso taglio di capelli, stesse borse, stesse scarpe, stessi colori… anche i miei occhiali sono della stessa marca di quelli della mia vicina. Tutti con indosso, ciò che va, che “si porta”. Anche chi fa l’alternativo non sfugge al rispetto dei codici del suo gruppo. E allora tutti in case uguali, tutti con gli stessi divertimenti, con i figli che sono mandati a catechismo perché ci vanno gli amici, a cui si danno i nomi di moda perché non si sentano troppo diversi, a cui si comprano…
Basta! Voglio cambiare… voglio diventare come Pippi!

venerdì 21 novembre 2008

La porta del gatto... un terrazzo all'Esquilino

Nel convegno dell’altro giorno si parlava dei LoveMarks di quelle cose che attraggono oltre ogni ragione, offrendo risposte non solo sul piano razionale, ma anche sul piano delle emozioni.
Anche quando compriamo una casa, diceva il relatore, facciamo tutta una lista di parametri razionali a cui la casa deve rispondere e poi non si sa perché ne scegliamo una che a tutti questi parametri non risponde, perché ha qualcosa che ci suscita emozione, risponde a qualcosa di interiore…

E così è stato per me! In una giornata grigia di poco più di un anno fa, dopo che avevo visto decine di case improbabili a prezzi esorbitanti, improvvisamente, in una casa sgangherata all’Esquilino, una porta da gatto che dava su un terrazzo coperto da un tetto di lamiera ha attratto la mia attenzione.

E di colpo mi sono vista lì!

Mi sono immaginata il gatto che passava dalla porta, il terrazzo fiorito, il tetto di lamiera trasformato in porticato e io lì in mezzo alle piante, a coltivare erbe aromatiche, rilassata nella mia oasi campagnola in mezzo alla città.

E anche le strade degradate vicino alla stazione, che avevo guardato con sospetto prima di salire, mi sono apparse in una luce nuova. Strade, è vero, puzzolenti, ma anche piene di profumi di spezie, la Chinatown romana, non c’è dubbio, ma anche un luogo dove viaggiare stando fermi, dove mi basta girare l’angolo e dalla Cina sono passata al Pakistan.

La casa pur con i suoi soffitti in legno perlinato stile baita e i pavimenti ricoperti da mattonelle stile bagno, mi è sembrata piena di possibilità. Avrei tolto questo, messo quello e sarebbe tornata una bella casa vecchiotta, senza troppe pretese ma calda, che avrebbe rispecchiato me e i miei interessi. Così diversa dalla mia algida casa milanese, nel centro storico degli antiquari, protetta dalle Belle Arti, con per vicini commercialisti, avvocati e gli aristocratici che lì abitavano da 150 anni. Le famiglie storiche milanesi, i cui cognomi si vedono nei nomi delle strade. Tutti, tranne il simpatico e famoso presentatore televisivo, molto sulle loro, a partire dal portiere, il Sig. Anostini. E invece qui vecchietti, studenti, giovani coppie e i vari Hang, Wang, Martinez. E Agostino, il portiere.

Prima di uscire dalla visita con l’agenzia immobiliare, ho visto una frase buddista scarabocchiata sul muro. Non ricordo le parole esatte, l’hanno cancellata i muratori, ma era sul continuo e necessario cambiamento delle cose… anch’io avevo bisogno di cambiare…

Ho comprato la casa. E’ iniziata una nuova vita.

lunedì 17 novembre 2008

Seminario di Dara Marks: “the change we need”

(non solo Obama... anche in sceneggiatura)

Dal seminario di sceneggiatura a cui sono stata giovedì scorso:

La crescita e il cambiamento fanno parte del ciclo della vita.
  • Perché il cambiamento è essenziale per crescere, è un requisito obbligatorio della vita
  • Se qualcosa non cresce e si sviluppa è destinato al decadimento e alla morte
  • Non esistono condizioni di stasi in natura. Niente è mai in una posizione permanente, o cresce o diminuisce

Anche in sceneggiatura per avere una storia interessante il protagonista deve essere in una fase della sua vita in cui per sopravvivere deve cambiare. Il conflitto nasce dalla resistenza al cambiamento del protagonista, dalla sua lotta interiore per mantenere i vecchi meccanismi di sopravvivenza.
La maggior parte di noi infatti resiste al cambiamento e si afferra ai vecchi meccanismi di sopravvivenza perché sono familiari e sembrano più sicuri. Perché è più facile coabitare con ciò che conosciamo che affrontare il nuovo, anche se ciò che conosciamo ci fa sentire soli, depressi, impauriti, non amati. Il risultato è che molti di noi combattono per mantenere relazioni distruttive, lavori non soddisfacenti, dipendenze dannose, comportamenti immaturi anche se in essi non c’è più nessun valore e vitalità.

In sceneggiatura la resistenza del protagonista al cambiamento viene definito da Dara Marks come il fatal flaw, ovvero la lotta all'interno del personaggio per mantenere vecchi schemi di sopravvivenza che ormai hanno perso la loro utilità.

Grande Dara! Utile non solo per la sceneggiatura.

Per saperne di più sul Fatal Flow secondo Dara Marks: http://www.storylink.com/article/192